La parola violenza ci porta a pensare direttamente a qualcosa che va di per se “contro natura”; molti ricercatori e persone sono concordi nel riconoscere nell’Uomo la qualità, se così vogliamo definirla, di unico essere vivente che uccide e violenta i propri simili.

Le statistiche rilevano che nel mondo ogni 8 minuti viene uccisa una donna e in Italia ogni 3 giorni; il cosiddetto fenomeno della violenza domestica.

Un fenomeno complesso, di difficile soluzione e che richiede il coinvolgimento delle Istituzioni e del tessuto sociale del nostro Paese.

La donna per sua natura, è un soggetto fisicamente più debole dell’uomo inoltre, il doppio lavoro e la sua propensione ad occuparsi prima dei bisogni della propria famiglia e poi dei propri, dimostrano come le donne siano ancora svantaggiate rispetto agli uomini e di conseguenza anche maggiormente soggette a patologie di tipo cronico.

La violenza domestica è una problematica di rilevanza mondiale, con delle ripercussioni di tipo fisico e psichico e tutto ciò contribuisce a determinare una elevata incidenza verso l’insorgere di patologie soprattutto di tipo depressivo, con ripercussioni addirittura sul sistema immunitario.

Il fenomeno è molto ampio e anche se in Italia è leggermente più basso rispetto gli altri Paesi, bisogna tenere presente che esiste un “sommerso” di circa 90%.

Il compito di ogni clinico dovrebbe essere quello di riconoscere precocemente i segnali di tale violenza al fine di attuare, mediante azioni concrete il fenomeno e le sue disastrose conseguenze.

ALCUNI DATI

I dati riguardanti la violenza in ambito famigliare, riportano che, per un 90% avviene in corso di gravidanza e rappresenta la seconda causa di morte per le donne in stato interessante, nonostante ciò, solamente il 18% delle donne ha considerato la violenza subita in famiglia un reato; per il 44% è stata qualcosa di sbagliato, per il 36% solo qualcosa che è accaduto, anche nel caso di stupro, solo il 26,5% delle donne lo ha considerato un reato.

Le donne che hanno subito ripetute violenze dal partner, come conseguenza hanno riferito un forte stato di impotenza e la perdita di fiducia e autostima; nonostante ciò ancora oggi la maggior parte di queste violenze non vengono denunciate.

Questo dato di fatto conferma che c’è una grande omertà riguardo il problema tenuto nascosto per una serie di motivi spesso infondati.

Molte associazioni si occupano del problema; l’ Associazione Telefono Rosa segnala che il 30% delle donne che si sono rivolte al servizio subisce una violenza psicologica, seguita da quella fisica 22%; i tipi di violenza prevalenti sono: le minacce fisiche 13%, quelle patrimoniali 8%, lo stalking 6% ; nel 78% dei casi la violenza è ripetitiva.

Dal rapporto emerge inoltre che il 13% delle vittime ha subito violenza per un periodo compreso tra 10 e 20 anni mentre il 12 % per oltre 20 anni mentre le donne che hanno denunciato questa violenza sono state il 18%.

Molti studiosi si sono occupati del fenomeno; J. Campbell, nel suo studio pubblicato nel 2002 ha segnalato che negli Stati Uniti le migliori condizioni economiche ed educazionali delle donne, non costituiscono un elemento di protezione nei confronti di questo fenomeno.

Questo fenomeno negli ultimi 20 anni è drasticamente aumentato; i motivi che scatenano questa violenza sono diversi e complessi e sono correlati ai cambiamenti socio-economici e ambientali.

Sicuramente spesso l’abuso di sostanze ha un effetto moltiplicativo sul rischio di episodi di violenza e aggressività di fatto, oltre il 65% degli episodi violenti avvengono a seguito di abuso di alcol e/o droghe.

Oggi, la violenza domestica femminile è stata riconosciuta come una violazione dei diritti umani ed è considerata un problema di salute pubblica.

Per violenza domestica si intende qualsiasi comportamento all’interno della coppia che provochi danno fisico, psicologico o sessuale, la violenza tra le mura domestiche è spesso cronica e caratterizzata da un contesto abusivo emozionale e psicologico al fine di manipolare e controllare l’altro al fine di ottenerne la dipendenza.

Nel mondo, in un giorno medio, 1.550 persone sono uccise per omicidio volontario.

Fattori di rischio

Studi condotti hanno permesso di identificare che le donne divorziate o separate, con età inferiore ai 45anni, in gravidanza, disoccupate o con minore autonomia economica sono più a rischio di altre di subire un abuso.

La violenza subita si insinua lentamente a livello profondo causando la perdita di autostima e il soggetto finisce con il ritenersi privo di valore andando così incontro verso una probabile depressione.

Nell’ambito della violenza psicologica rientra, il fenomeno dello stalking o “sindrome del molestatore assillante”, oggi riconosciuto come reato in quanto rappresenta una persecuzione in grado di limitare la libertà e la privacy di una persona.

Ancora oggi molte donne non reagiscono alla violenza subita da parte degli uomini in quanto ancora vive l’ideologia patriarcale la quale ha contribuito e contribuisce ancora a considerare naturale e legittimo la subordinazione delle donne.

In Inghilterra fino alla fine dell’Ottocento, era in vigore una norma della “Common Law” che permetteva ai mariti di picchiare la propria moglie a patto che non venisse usato contro di loro un bastone più spesso di un pollice; in Italia solo nel 1975, è stata abolita l’autorità maritale, la quale prevedeva la possibilità da parte del coniuge, di far uso di “mezzi di correzione e disciplina” nei confronti della propria moglie.

Tuttavia la violenza domestica è un fenomeno trasversale che si annida nella vita di uomini e donne di ogni età, razza e classe sociale.

Quando si parla di violenza domestica, si tratta di comportamenti ripetuti.

Il ciclo della violenza è di difficile interruzione e quando di rado avviene crea dtragedie e di conseguenza traumi cronici per la donna.

Inizialmente inizia con attacchi verbali e manifestazioni di intolleranza e nervosismo dove la donna terrorizzata diventa più passiva e di conseguenza tenta di anticipare ogni bisogno del partner; successivamente si passa all’aggressione e al maltrattamento perpetuo della persona.

Quando poi, ci si accorge che qualcosa potrebbe rompersi, interviene la fase del perdono dove ci si scusa e ci si promette che ciò non avverrà mai più, ma dopo una breve pausa il ciclo ricomincia sempre più violento.

Il rapporto di Sheila Henderson, presentato al Comitato per l’eguaglianza tra donne e uomini presso il Consiglio d’Europa, riporta che almeno una donna su cinque subisce uno stupro o un tentato stupro nel corso della sua vita e che comunque, quasi tutte le donne hanno subito una o più molestie di tipo sessuale, come telefonate oscene, esibizionismi e molestie sul luogo del lavoro inoltre, un terzo delle vittime, subisce atti di violenza sia fisica che sessuale. Sono inoltre il 14% le donne che hanno subito la violenza domestica dal proprio partner nel corso della vita.

La violenza comporta gravi conseguenze anche a livello psichiatrico; le donne maltrattate dal partner hanno un elevato rischio di sviluppare sia il disturbo post-traumatico da stress ma anche un rischio di depressione 4/5 volte maggiore rispetto alle altre donne.

La disperazione inoltre porta alcune donne abusate verso il tentativo di suicidio; uno studio francese (Ricerca Enveff, 2002) effettuato su un campione di 7000 donne, emerge che il rischio di un tentativo di suicidio aumenta di 19 volte nei mesi successivi un’aggressione fisica e di 26 volte in seguito a una violenza sessuale subita in quanto si percepisce non più capace a fronteggiare le situazioni.

Alcuni psicologi hanno applicato il modello della “Sindrome di Stoccolma” alle donne maltrattate dal proprio coniuge.

Le donne che subiscono traumi da violenza nel tempo adottano dei “meccanismi adattivi” allo scopo di sopravvivere.

Purtroppo le conseguenze dell’abuso condizionano le relazioni con il resto della famiglia con gravi conseguenze sui figli.

Far emergere gli episodi di violenza domestica non è facile ci sono numerosi ostacoli da superare, sia nella paziente, sia nel contesto culturale che ci circonda.

Uscire dall’abuso è difficile e un passo impegnativo in quanto la donna stessa tende a coprire la realtà per paura, vergogna sia per il timore dell’intervento dell’autorità.

Sottrarsi alla violenza è molto difficile; alcune donne aggredite risultano passive e non disposte ad aiutarsi pensando che sia meno pericoloso rimanere in questo stato violento piuttosto che lasciarlo incappando nell’errore che mantenere la relazione sia la cosa più sicura da fare.

I principali ostacoli possono essere così grossolanamente suddivisi:

– Minacce: il maltrattante minaccia di uccidere la compagna qualora se ne vada;

Ostacoli economici: la persona maltrattata non ha accesso al denaro e non ha un lavoro;

– Problemi di rete sociale: la famiglia vuole che la coppia non si separi.

Valori personali: convinzioni religiose vincolano la coppia al matrimonio

Lo stalking e lo stalker
 

Il termine Stalking, deriva dalla parola inglese “to stalk”, e sta a significare un insieme di comportamenti di tipo persecutorio attraverso i quali una persona affligge un’altra persona con ingerenze continue nella vita quotidiana attraverso pedinamenti, tramite sms, email, tramite appostamenti, fino ad sfociare persino in atti violenti, insulti, aggressioni e in alcuni casi fino all’ omicidio.


Tutte queste azioni sono subite dalla vittima in maniera continuativa e tutto ciò provoca in essa un sentimento di ansia e di angoscia, con conseguenze che portano a modificare le proprie abitudini di vita per evitare tali situazioni.

Il cambiamento estranea la vittima dalle relazioni sociali e lo fa cadere in uno stato di apprensione e di solitudine.

Anche i comportamenti più patologici fanno parte anche se in modo ridotto del bagaglio umano; noi tutti abbiamo dei tratti ossessivi, istrionici ma in proporzioni differenti, quello che conta è rimanere nel range della cosiddetta normalità.

La patologia inizia quando questi tratti diventano stabili e condizionano la vita sia relazionale che sociale e lavorativa in modo disadattivo.

Lo stolker non è una figura ben precisa; potrebbe essere un vicino di casa un collega di lavoro, un familiare; tra questi quello più comune è l’ex partner per il 70% uomini e per il 30% donne.

Lo stolker per sua natura possiede tratti stabili narcisisti ed ossessivi ed ha l’obbiettivo morboso di avere a tutti i costi il possesso della vittima ; non riesce a capire la gravita del suo comportamento e del suo gesto nei confronti della vittima; ritiene che sia giusto così.

A volte si tratta di persone normali altre volte invece sono delle persone che hanno avuto sempre dei disagi di vario tipo che ad un certo punto per qualche ragione focalizzano la loro attenzione su una persona, la loro vittima.

Aspetti psicodinamici

Secondo il punto di vista psicodinamico l’ipotesi centrale del problema dello stalker, riguarda la difficoltà nell’ affrontare emotivamente la separazione, la fase finale di un rapporto la quale viene vissuta come una grande perdita che fa vivere una forte destabilizzazione e quindi crea una incertezza futura.

E’ naturale che la fine di un rapporto affettivo causa in entrambi i partner un sentimento di tristezza e di angoscia evidenziato dalla consapevolezza di non condividere più momenti significativi insieme ma, se questa rottura si verifica a danno di un soggetto che ha delle predisposizioni problematiche, questa separazione diventa insostenibile e provaca reazioni e comportamenti che utilizzano difese di tipo scissionale con esplosioni di atti violenti, rabbia e aggressività tipici della patologia narcisistica e borderline messi in atto con lo scopo di vendicarsi per l’abbandono subito o comunque percepito tale con lo scopo di riprendere il controllo totale sull’altro.

Sempre dal punto psicodinamico la causa del problema della separazione va ricercato nella primissima infanzia quando il bambino stabilisce con la madre un rapporto di amore esclusivo e fusionale.

Molti studiosi si sono occupati di spiegare varie teorie che riguardano la necessità e

la tendenza dell’essere umano a strutturare solidi legami affettivi con altre persone di riferimento definendo così l’obiettivo per un buon percorso di sviluppo di personalità ottenibile attraverso il raggiungimento dell’equilibrio tra la ricerca di sicurezza personale e lo stare in modo cooperativo ed empatico con gli altri, ma anche su cosa succede quando questi legami non sono vissuti come dovrebbero.

Winnicott era un pediatra che dedicò la sua vita allo studio dei primi processi evolutivi che caratterizzano lo sviluppo individuale.

Il percorso evolutivo è inteso, dall’autore, in presenza di condizioni ottimali, come una progressione graduale dalla assoluta dipendenza infantile verso l’incontro con la realtà ambientale e sociale.

Il suo apparato teorico poggia, in particolare, su due assunti: la continuità con la fase prenatale e la labilità dei confini fra madre e figlio.

Secondo Winnicott l’evento natale diventa, o può diventare se avviene nella sua forma ottimale, un’esperienza non necessariamente traumatica ma un evento naturale da assecondare al fine di un sano sviluppo.

Infatti, coerentemente con la visione di ciò che egli ama definire l’esperienza (e non il trauma) della nascita, Winnicott (1967) evidenzia come nelle prime settimane di vita la dualità tra madre e figlio, sebbene interrotta dalla nascita sul piano fisiologico, continua sul piano psicologico in maniera del tutto naturale.

Di conseguenza, la “cellula” iniziale da cui indagare l’evoluzione non è il neonato, bensì il binomio madre-bambino.

Lo sviluppo dei primi sei mesi, che l’autore chiama anche “Sviluppo emozionale”, è un processo che può essere descritto attraverso il concetto di dipendenza; l’autore ipotizza l’evoluzione come un processo che va dalla dipendenza assoluta, alla dipendenza relativa, all’indipendenza.

La dipendenza assoluta è quella condizione in cui il neonato non sa di dipendere, ignora che c’è qualcuno che si prende cura di lui.

In questo contesto il ruolo della madre sufficientemente buona é quello di “Favorire l’innata tendenza alla crescita essendo presente, ma contemporaneamente evitando di interferire, nella consapevolezza della particolare vulnerabilità del bambino in questi primi momenti di vita” (Winnicott, 1963).

La dipendenza relativa è caratterizzata da una graduale maggiore consapevolezza del bambino dei propri bisogni e della propria dipendenza.

Se la madre si allontana, infatti, possono apparire manifestazioni d’ansia o timore. L’indipendenza, in fine, si realizza quando, anche in assenza della madre, il bambino è in grado di vivere un’esistenza personale soddisfacente.

Un’ altro importante autore Bowlby sostiene che la funzione principale della madre è quella di dare al bambino una “base sicura” la quale costituirà una funzione (struttura interna) in grado di proteggerlo e consolarlo nei momenti di bisogno, ma contribuirà anche ad infondere quel senso di sicurezza (autostima) che gli permette di esplorare il mondo circostante e di amare ed essere amato essendo stata introiettata precedentemente la figura di riferimento/attaccamento (madre).

Purtroppo non tutti i genitori sono in grado di fornire al bambino la “base sicura” e quando questo non avviene a causa della figura di attaccamento in quanto non disponibile o percepita tale, allora il bambino costruirà la sua realtà in base alle risposte favorevoli, ma allo stesso tempo disconoscerà altri aspetti di Sé quando non troverà conferma alle sue richieste.

Questo aspetto è importante in quanto il bambino non avendo certezze svilupperà inevitabilmente un Sé non integrato e ogni sua scelta sarà caratterizzata da stati ansiosi ed angoscianti che lo accompagneranno nella vita adulta.

Quindi, per il bambino la madre è l’unico oggetto d’amore e fonte di cure e protezione.

In una prima fase evolutiva tale dipendenza è necessaria, successivamente se però la figura del padre é poco presente o quella della madre troppo protettiva e autoritaria, il bambino, nel suo immaginario, continua a vivere quel rapporto esclusivo che lo elegge come unico detentore dell’amore materno facendolo sentire nello stesso tempo “onnipotente”.

Altra figura di riferimento Margharet Mahler sostiene la necessitadi una simbiosi tra bambino e madre al fine di sperimentare quella sana onnipotenza duale racchiusa all’interno di un confine comune (membrana simbiotica) dove le sensazioni corporee del bambino entro lamatricesimbiotica, portano a rappresentazioni dell’Io corporeo.

Successivamente le sequenze di soddisfazione e frustrazione del bambino, sempre all’interno della matrice simbiotica, lo aiuteranno alla strutturazione del Sé.

Tuttavia funzioni materne carenti saranno causa di un cattivo funzionamento che svilupperà un falso Sé.

La formazione dell’identità si formerà quindi attraverso il rispecchiamento madre-bambinonella fase simbiotica (rispecchiamento narcisistico).

Naturalmente successivamente il bambino dovrà separasi dalla madre per differenziare il proprio Sé, ma questo può avvenire se la simbiosi è stata ottimale; nel corso del processo di separazione-individuazione, il piacere dell’agire come essere separato, ma sempre in un’atmosfera in cui la madre è emotivamente presente, rende il bambino capace di superare l’angoscia di separazione, strutturando la costanza d’oggetto, cioè la situazione in cui l’immagine materna è sempre psichicamente disponibile.

Secondo la Mahler, la personalità della madre condiziona lo svolgimento dellefasi dello sviluppo inerente le funzioni dell’Io,l’autonomia,la costruzione dell’identità e lo stile relazionale adulto.

Queste persone da adulte necessiteranno di sostegno (nutrimento) per soddisfare la immediata necessità.

Di fatto, quando i bisogni del bambino non sono immediatamente soddisfatti, reagisce piangendo fino a perdere, se necessario, ogni energia; se il bisogno non viene appagato, mette in atto il meccanismo di difesa della negazione e lo utilizzerà continuamente anche da adulto per evitare la sofferenza di sentirsi rifiutato mentre, utilizzerà l’empatia per “accattivarsi” quel nutrimento affettivo a lui necessario, anche se richiedere affetto in certo qual modo è pericoloso poiché rievoca sofferenze delle prime fasi della vita tanto è il bisogno.

Queste persone lottano costantemente con il proprio narcisismo primario che da una parte li confonde attraverso l’illusione di sicurezza, ma dall’altra parte riconoscono comunque la loro debolezza e bisogno dell’altro; tutto ciò genera loro frustrazione rabbia e anche aggressività che devono comunque tenere a bada per sopprimere la paura di perdere la loro relazione con l’altro di cui abbisognano e allo stesso tempo allontanare una probabile fase depressiva.

Nasce da qui nasce la difficoltà che poi si evidenzierà da adulto nel legarsi stabilmente e di separarsi dalla donna con la quale é sentimentalmente legato.

La separazione rappresenta l’elemento centrale del disturbo borderline di personalità; quando il soggetto sente vicino il rischio di abbandono mette in atto una serie di comportamenti lesivi come minacce e ritorsioni volte ad evitare l’abbandono vero o percepito fino ad arrivare a tentativi di suicidio, atti auto lesivi per preoccupare l’altro al fine di non farlo separare.

Il soggetto attua le persecuzioni perché sente che la relazione è minacciata esprimendosi con rabbia e atti violenti verso il partner.

In questi casi lo stalker ha un rapporto passivo-dipendente con l’altro e pertanto ha bisogno di lui per vivere o è troppo narcisistico per farne a meno.

L’oggetto mette alla prova l’amore del paziente non considerandolo, oppure dissimulando di fronte a parenti e amici.

Questo rifiuto provocherebbe reazioni di difesa di tipo scissionale, aggressivo, rabbioso tipici della patologia del narcisismo e borderline.

Nel caso dello stalking le ossessioni rappresenterebbero l’elemento fondamentale che spinge lo stalker ad atti caratteristici come pedinare, spiare, seguire, aggirarsi attorno alla vittima.

Secondo Galeazzi e Curci nei casi di violenza famigliare sarebbe più opportuno parlare di sindrome del molestatore assillante in quanto vi è una patologia della comunicazione e della relazione tra il molestatore e la vittima.

Le ricerche evidenziano come per lo più gli stalker mossi da un sentimento di vendetta nei confronti della vittima soffrano di disturbi di personalità borderline narcisistico e paranoide dove questi soggetti sono convinti della loro superiorità rispetto agli altri, necessitando allo stesso tempo di una costante ammirazione e attenzione; l’indifferenza provoca in loro un senso di indignazione che esprimono con aggressività e rabbia. Quando il partner decide di allontanarsi, questo soggetto mette in atto dei comportamenti di tipo vendicativo al fine di svalutare il soggetto sottoponendolo inoltre sotto un costante controllo per cercare di ristabilire la fantasia di un legame indissolubile e esercitare potere su di essa.

Queste molestie continue rappresenterebbero un tentativo di difesa dalla ferita narcisistica suscitata dall’abbandono.

Gli stalker con patologia narcisistica agirebbero secondo un modello di attaccamento distorto e preoccupato.

Altri disturbi emersi ricollegabili alle molestie assillanti sono: il disturbo dell’umore, il disturbo dell’adattamento e il disturbo della personalità in cui il soggetto ha bisogno di esprimere in continuazione il suo potere sulla vittima per controllarla.

Lo stalking come costruzione sociale

Geertz (1973) scriveva che “ciò che l’uomo é può intrecciarsi talmente tanto con il luogo in cui si trova, con la sua identità locale e con le sue credenze da diventarne inseparabile”.

Ogni individuo, secondo questa teoria, assorbe la cultura e quindi i comportamenti dettati da questa la quale, è dinamica e in continuo cambiamento.

Tale appartenenza non solo contribuisce all’adattamento, ma anche come fattore di sviluppo della personalità.

La cultura di appartenenza è un insieme complesso e organizzato di credenze e pratiche che viene acquisito dall’uomo e trasmesso di generazioni in generazioni; propri di ogni cultura sono i valori più o meno consapevoli che comunque influenzano le mete e i mezzi necessari per raggiungerle determinando così gli stili di vita.

Secondo questa teoria lo stalking potrebbe essere prodotto da una evoluzione della società e quindi dai valori che la costituivano.

Potrebbe essere una figura sempre esistita nella società precedente ma oggi, condannata a causa di questi cambiamenti che hanno in qualche modo modificato pure la differenza dei ruoli tra l’uomo e la donna.

Nel passato l’uomo doveva cacciare e occuparsi del mantenimento della famiglia, la donna doveva stare in casa ad occuparsi delle faccende domestiche.

L’uomo nelle famiglie svolgeva un ruolo patriarcale del padre-padrone avente potere decisionale e autorità su tutti i componenti della famiglia e sottometteva in tutti i sensi, la donna che doveva soddisfare in ogni momento le sue esigenze.

Oggi, si potrebbe considerare lo stalker rifiutato come un uomo incapace di accettare la fine di una relazione sulle quali ha investito le proprie speranze per il futuro.

Nel passato recente, quest’uomo avrebbe avuto l’approvazione sociale per le sue azioni in quanto legittimato a perseguitare la partner per farla tornare nei suoi passi, oggi che invece la società si é resa conto che le donne non sono proprietà degli uomini questo tipo di soggetto viene considerato un molestatore assillante.

In sintesi, questi atti persecutori, non sarebbero altro che l’espressione della paura, incarnata nella nostra società, messa in atto da persone con una mancata identità ed una bassa autostima che utilizzano la violenza e la rabbia in modo ossessivo per alimentare le proprie emozioni, bisogni, impulsi, desideri alla ricerca di soddisfazione e appagamento.

Questi comportamenti da principio apparentemente innocui, con il tempo si trasformano sino a diventare particolarmente violenti ed aggressivi; non bisogna quindi sottovalutarli ma intervenire tempestivamente al fine di limitare danni al coniuge e al resto della famiglia.

Lo stalker in genere può perseguire sentimenti di vendetta con lo scopo diretto o indiretto di provocare un danno e un disagio alla vittima.

Tuttavia qualunque sia l’interesse dello stalker emerge però come questo abbia un rapporto emotivo molto intenso nei confronti della vittima quale amore, fanatismo, odio, vendetta.

Uno studio inglese di Mullen, Pathé e Purcell (2000) dell’università di Cambridge ha cercato di classificare lo stalker sulla base di un campione di 168 valutazioni cliniche Secondo tale studio, si sono potuti distinguere cinque tipi di stalker:

il rancoroso: mira a vendicarsi di un danno o di un torto subito, vero o presunto e quindi attua soprattutto azioni tese a spaventare e danneggiare la sua vittima;

il rifiutato: perseguita un partner che lo ha lasciato o che intende lasciarlo con l’obiettivo di riconciliarsi, vendicarsi o entrambe le cose rincorse con tipico comportamento ambivalente;

il bisognoso d’affetto: é mosso soprattutto dalla solitudine e ricerca un rapporto d’amicizia o d’amore, non necessariamente sessuale, un partner idealizzato;

l’incompetente: é incapace di instaurare un rapporto soddisfacente con persone dell’altro sesso ma si atteggia a macho, considera le donne come oggetti e pensa di avere il diritto di ottenere ciò che vuole;

il predatore: ha come obiettivo esplicito un rapporto sessuale con la vittima contro cui può mettere in atto reati anche gravi quali le molestie sessuali o lo stupro.

Dalla ricerca è emerso che non vi é differenza tra gli psicotici e i non psicotici nella frequenza di minacce invece la probabilità che alle minacce faccia seguito un’aggressione fisica è doppia per il gruppo dei non psicotici.

Quale aiuto fornire

L’obiettivo è quello innanzitutto di assumersi la responsabilità della propria sicurezza in situazioni in cui potrebbero potenzialmente accadere degli abusi; bisogna essere di fatto consapevoli che spesso la violenza si ripete e s’intensifica fino a trasformarsi in abuso fisico e addirittura sessuale.

La finalità della conoscenza del problema aiuta a riconoscere i segni che di solito procedono un’azione violenta del partner e, allo stesso tempo permette di familiarizzare con le risorse personali e comunitarie disponibili.

Tuttavia un ruolo di fondamentale importanza è quello del Medico di Famiglia perché svolge almeno tre punti importanti; per primo svolge una informazione sulle ricadute a breve ed a lungo termine della violenza domestica sulla salute dei cittadini; fa emergere

il problema e indirizza le vittime di abuso ai servizi territoriali che seguono le persone nelle varie fasi di recupero; assiste il paziente che presenta una cronicizzazione fisica e/o psicologica e lo tratta, se necessario a livello farmacologico.

Il principale strumento utilizzato da uno specialista è un colloquio ben condotto, usando lo stesso linguaggio della paziente nell’intento di dare una giusta interpretazione ed un eventuale significato a ciò che sta accadendo al fine di ridare quella sicurezza ormai persa e rispetto alla propria persona.

Un altro valido aiuto è quello di cercarlo nelle autorità come per esempio la polizia locale presentando una denuncia se gli episodi dovessero continuare e informarsi sui vari gruppi che forniscono consulenza, supporto o aiuto.

Naturalmente questo può essere considerato un aiuto sotto certi aspetti di tipo esterno, mentre a livello più personale è quello di cercare un supporto di tipo psicologico per sostenere la vittima dello stalking per cercare insieme al professionista le migliori strategie al fine di ritrovare serenità e fiducia in sé stessi.

Altro strumento potrebbe essere rappresentato dal Counseling Psicologico Con il Counseling Psicologico si cerca  di consentire, innescare, incentivare e proseguire nella vittima una visione realistica di sé stessa e dell’ambiente circostante, e quindi dei vari contesti vitali come quello sociale, familiare, affettivo, lavorativo, etc., riducendo in tal modo al minimo fattori conflittuali, soggettivi e/o di errata valutazione.

CONCLUSIONI

L’idea che la violenza domestica sia una faccenda privata, nella quale è opportuno non intromettersi, è sicuramente la cosa più sbagliata per cercare di risolvere il problema; non bisogna aver paura di “scoperchiare il vaso” per il timore poi di non trovare risposte.

E’ necessario saperla riconoscere tempestivamente al fine di attivare tutte quelle risorse sia mediche che istituzionali affinché il problema e i disagi, possono essere in un primo momento contenuti per poi passare, attraverso l’aiuto di uno specialista a dare un significato e comprensione a tale violenza con l’obiettivo di rimettere le cose al suo posto restituendo così alla vittima la fiducia in se stessa.

Per questo tipo di dipendenze si fa spesso ricorso alla terapia di gruppo; all’interno del gruppo la persona si sperimenta sia come bisognosa di aiuto ma allo stesso tempo diventa persona attiva capace di dare aiuto e ciò aiuta il paziente verso la sua indipendenza.

Il gruppo offre la possibilità di rispecchiarsi nell’altro e allo stesso tempo di vedersi attraverso l’altro trovando così, risorse utili per il cambiamento.

Accoglienza, solidarietà, incoraggiamento, sostegno sono le cose essenziali per una buona psicoterapia individuale per andare verso un cambiamento consapevole e per acquisire un maggior senso d’autoefficacia; ma per guarire dalla dipendenza è importante che la persona riesca a riprendersi il controllo sulla propria vita partendo da una condizione acquisita e consapevole della propria vulnerabilità ma allo stesso tempo essere consapevoli della possibilità di poter riprendere il proprio controllo verso il processo di guarigione.

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